Artrite reumatoide, una diagnosi in ritardo cambia la vita

La storia di Italia, dalla ricerca universitaria al volontariato

Redazione ANSA ROMA

  "Sono il classico esempio di paziente in cui la diagnosi e' arrivata troppo tardi, ben 7 anni dopo i primi sintomi della malattia, l'artrite reumatoide". Italia Agresta ha 46 anni ed è consigliera nazionale dell'Associazione Pazienti con Malattie Reumatologiche e Rare. Dopo anni di dolori fortissimi, ha dovuto rinunciare al lavoro e alla carriera universitaria, ma oggi ha una vita normale e la dedica ad aiutare altri malati. "Non voglio che gli altri arrivino ad affrontare quello che ho affrontato io", spiega.
    All'epoca, era il 1998, Italia aveva 28 anni, si era da poco laureata in agraria ed aveva avuto la possibilità di restare all'università di Bari come ricercatrice. "Tutto e' iniziato - ricorda - con dolori lancinanti, di notte, alla spalla destra: non riuscivo a stendere il braccio a avevo formicolio alle dita.
    Durante il giorno andava meglio. Spesso però mi cadevano oggetti e non potevo portare pacchi o buste pesanti". Il primo step fu recarsi dal medico di medicina generale, che le diagnosticò una tendinite. "Mi prescrisse antinfiammatori, ma nonostante le punture, il dolore non passava. Arrivai a non farcela più". Dopo sei mesi senza miglioramenti iniziò a cercare altri specialisti, fu visitata da diversi ortopedici ma le ossa risultavano intatte. Un anno dopo arrivò finalmente da un reumatologo, che le diagnosticò una non ben specificata poliartrite. Tuttavia, anche in questo caso, il medico non era quello giusto. "Si iniziava allora a sentir parlare di farmaci biologici che davano in alcuni casi anche la possibilità di remissione della malattia. Ma mi prescrisse invece cortisone in dosi da cavallo: ero arrivata a pesare 140 chili, oltre il doppio di quanti ne peso ora. Il dolore persisteva e si era esteso anche alle gambe, non riuscivo più a camminare, avevo bisogno di assistenza h24".
    Solo nel 2005 venne indirizzata, da conoscenti, a un esperto del reparto di Reumatologia universitaria del Policlinico di Bari.
    "Mia madre gli disse, con le lacrime agli occhi, che lui era l'ultima speranza. Mi visitò per un'ora e mezza, tra le mie grida di dolore, per capire fino a che punto la patologie aveva fatto danni. Mi prescrisse risonanza e tac a gambe, braccia e mani, test dei marcatori degli anticorpi antinucleo e Reuma-test". Finalmente la diagnosi era precisa: si trattava di artrite reumatoide, anche se Italia non mostrava i tipici segnali che rendono riconoscibile la malattia, ovvero le deformità alle articolazioni delle mani.
    "Affrontai un'operazione per inserire delle protesi a entrambi le ginocchia: per gli ortopedici ero un caso incredibile, avevo appena 37 anni ma presentavo un avanzamento della patologia che avrei potuto evitare se avessi avuto prima una terapia adeguata". Adesso Italia cammina bene, viaggia e frequenta corsi di formazione dedicati ai pazienti. "Quegli anni sono ora un brutto ricordo, ricevo una pensione di invalidità e mi manca il mio lavoro. Ma cerco di compensare tramite il volontariato con l'associazione di cui faccio parte". Per lei oggi svolgere un ruolo di supporto chi soffre della sua stessa malattia e' una sorta di riscatto morale per quello che ha sofferto. "Mi permette di trasferire agli altri quello che ho imparato sulle mia pelle - conclude - e mi dà la sensazione che quello che ho vissuto non è stato del tutto inutile". 
   

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