Il Polesine, luogo unico per neorealismo

Mostra a Rovigo su 80 anni rapporto tra Delta Po e settima arte

Roberto Nardi VENEZIA

VENEZIA - Una pianura senza ombra fatta d'acqua e terra dove il grande fiume, il Po, si confonde con il mare, dove lo spazio sembra colto in un'immagine, in un istante che si dilata immutabile e affascinante nel tempo. Quasi 20 mila ettari di Delta, in gran parte in terra rodigina, che il cinema dagli anni '40 ha eletto a set, ora in chiave neorealista, come per un episodio di "Paisà" di Roberto Rossellini, ora quale "fondale" per storie horror, per Pupi Avati, o ambientate altrove, come il fiume che diventa moscovita per "Guerra e Pace" di King Vidor.

Alberto Barbera, in una mostra che si apre il 24 marzo a Palazzo Roverella, a Rovigo, fino al primo luglio, "Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi", ha scandagliato il rapporto "profondo, intenso, originale" che in quasi 80 anni si è creato tra un territorio di fatto unico e i cineasti italiani. Un incontro che ha dato vita "a opere indimenticabili destinate a rimanere nella storia del cinema" e il perché, dice all'ANSA Barbera come paradosso, potrebbe essere cercato nelle parole del regista Carlo Mazzacurati che aveva indicato il Polesine, dove aveva ambientato "Notte italiana", come una pagina bianca dove ogni regista può scrivere quello che vuole vista la sua particolarità. La chiave, fuor di paradosso, per il curatore, è "che ogni cineasta vi trova uno spazio straordinario, un luogo unico, dove c'è una stratificazione di storia e società. C'è oggi quello che c'era 60 anni fa. E' come un viaggio nel tempo". Barbera ricorda il legame tra neorealismo e Polesine ad opera di chi cercava un altrove rispetto a Cinecittà già prima della fine della Guerra. E' il tempo di "Ossessione" di Visconti (1943), di Rossellini, e poi de "Il mulino del Po" di Lattuada, del primo Antonioni di "Gente del Po" del 1947 per poi tornarci dieci anni dopo per "Il grido", dei documentari di Florestano Vancini. E poi ancora ci sono Pontecorvo, Olmi, i fratelli Taviani, Bertolucci, Luna, Soldini e altri di pari rilievo.

"E' una terra - spiega Barbera - che ha una identità particolare. Non c'è un territorio in Italia che abbia le sua caratteristiche, dove l'acqua scorre più alta della terra, dove il cielo incombe su un terreno che muta al variare del tempo". Lungo le 14 sale della mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova con Accademia dei Concordi e Comune di Rovigo, passano così le immagini (due sale sono per le proiezioni), le testimonianze (circa 500 reperti tra manifesti, cartelloni, documenti, foto di scena, sceneggiature e altro ancora) di un mondo dell'immagine che per un'ottantina di film, 60 documentari, tanti sceneggiati e programmi televisivi ha per protagonista o spazio scenico il Delta del Po. "Si trova di tutto - ricorda il curatore -: film che identificano il territorio, film che lo usano per storie che si svolgono altrove. E' una mostra di immagini. C'è anche un film di fantascienza che negli anni '80 si ispirava a quelli statunitensi". "Dove dire - aggiunge, ripercorrendo la genesi della rassegna - che non conoscevo il Polesine, avevo solo delle immagini astratte legate ai pochi film che conoscevo. Con questa mostra ho scoperto e nel contempo avuto la conferma del suo fascino. Ho capito perché tanti cineasti sono stati e sono attratti da questo paesaggio fuori dal tempo, affascinante, con i suoi problemi sul piano del difficile rapporto con lo sviluppo e con il suo essere irripetibile". L'immagine del territorio, però, per Barbera, non è di una foto del passato, ma di un luogo che ha enormi potenzialità di crescita se guarda a quelle forme di turismo sostenibile, ecologico, che sappiano cogliere proprio la sua unicità. Un percorso d'offerta culturale che è nell'anima della stessa mostra.

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