Omicidi Monni-Masala: ergastolo confermato per Cubeddu

Tensione in aula a Sassari, i parenti delle vittime "assassino"

DI GIAN MARIO SIAS

"Lo sai che non sono stato io". Venerdì 3 luglio 2020, poco dopo le 13. La Corte d'assise d'appello di Sassari ha appena confermato la sua condanna all'ergastolo per gli omicidi di Gianluca Monni, il 18enne di Orune freddato l'8 maggio 2015 mentre aspettava l'autobus per andare a scuola, e Stefano Masala, 27 anni di Nule, sparito dal suo paese il 7 maggio: di lui si è trovata solo l'auto, la stessa usata per andare l'indomani a uccidere Monni, mai il corpo.

Alberto Cubeddu, oggi 25enne, si professa ancora innocente mentre la polizia penitenziaria lo porta via dall'aula dove ha ascoltato impassibile la conferma della condanna inflittagli già nel 2018 dalla Corte d'assise di Nuoro. "Lo sai che non sono stato io", dice a Marco Masala, padre di Stefano, presente con altri parenti del 27enne e di Monni, assistiti dagli avvocati di parte civile Caterina Zoroddu, Angelo Magliocchetti, Antonello Cao, Rinaldo Lai e Margherita Baragli. Il verdetto ha accolto in pieno le richieste del procuratore generale Paolo De Falco e dei legali delle famiglie delle vittime. Confermati anche i risarcimenti: 50mila euro ciascuno per i tre fratelli e per il padre di Masala, 50mila euro a testa per i genitori e il fratello di Monni, 20mila euro per la fidanzata di Gianluca e altrettanti per uno zio di Masala, Francesco Dore.

"Assassino, i soldi non ci interessano, vogliamo il corpo di Stefano", hanno urlato i parenti di Masala provocando nell'imputato quell'ultimo, disperato tentativo di uscire dall'aula a testa alta, scandendo la sua innocenza: "Non sono stato io". Una rivendicazione già affidata al mattino ai suoi avvocati, Patrizio Rovelli e Mattia Doneddu, con una lettera scritta di suo pugno, quattro pagine in stampatello maiuscolo, chiedendone la pubblicazione. Nella missiva affidata all'ANSA, Cubeddu si rivolgeva ai giudici: "Se mi assolverete, avrete la coscienza a posto. Al contrario, sarete protagonisti di un'ingiustizia". "Sono la terza vittima di questa storia, la mia unica colpa è essere cugino di qualcuno", scrive riferendosi ad Enrico Pinna, minorenne all'epoca dei fatti e già condannato a vent'anni in via definitiva per il duplice omicidio.

"Sono innocente, molta gente si è prodigata per provare il falso", accusa. "Condannarmi è uno sbaglio clamoroso - afferma - sono rimasto incastrato in un meccanismo infernale, mi hanno rovinato la vita". E ancora. "Non sono in debito con la giustizia, lo è la giustizia con me", è la sua tesi. Per sostenerla ora c'è solo la Cassazione, alla quale i suoi difensori intendono rivolgersi. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, il presidente della Corte d'assise di Nuoro, Giorgio Cannas, aveva riconosciuto come movente, nel caso dell'omicidio di Monni, la vendetta maturata per 'risarcire' Pinna di un pestaggio avvenuto alle Cortes apertas di Orune e, nel caso di Masala, la volontà di far ricadere su di lui la responsabilità del delitto.

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