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I 100 anni di Meneghello, scrittore che dona gioia

Nei suoi scritti l'autobiografia di un paese

Avendo vissuto dal 1947 in Inghilterra, dove ottenne un incarico e poi dal 1964 all'84 la cattedra di Letteratura italiana all'università di Reading, dove creò e diresse il Dipartimento di Studi Italiani, Luigi Meneghello, narratore, linguista, studioso di cui si celebrano i cento anni dalla nascita, avvenuta il 16 febbraio 1922 a Malo, in provincia di Vicenza, ha raccontato di aver capito come scrivere i suoi racconti in italiano grazie alla lingua inglese: ''Lo scopo della prosa non è principalmente l'ornamento, ma è di comunicare dei significati... la solennità è un difetto'' e che l'oscurità come la complessità senza una ragione non è un pregio.
    ''Libera nos a malo'', il suo primo libro di narrativa del 1963 gioca nel titolo col nome del suo paese natale e sembra indicare da subito come per lui fosse necessario liberarsi del fardello di tanta tradizione fraintesa e retorica come dei pregiudizi delle neoavanguardie verso la scrittura autobiografica, che segnerà tutta la sua opera. Certo la sua memoria è sobria, la scrittura misurata e elegante anche nelle sue citazioni di dialetto (specie per oggetti, modi di dire, canti), e non c'è compiacimento o nostalgia nella serenità del suo raccontare, come non ce ne sarà traccia, abolendo ogni cedimento retorico, nel libro ''I piccoli maestri'' dell'anno dopo, in cui ricostruisce la sua esperienza nella Resistenza con un gruppo militare del Partito d'Azione.
    ''S'incomincia con un temporale'' è l'inizio, con questo annuncio subito coinvolgente, di ''Libera nos a malo'', che apre ai ricordi con un ritorno a casa dove ascolta ''rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro''. E l'idea di teatro in fondo aiuta a capire questo raccontare letterario, colto e con sapienza filologica senza alcuna supponenza, in cui il personale e famigliare, la semplice vita di provincia diventano esemplari e veri, cogliendo in un ricordo qualcosa che ha valore universale.
    ''I piccoli maestri'' è libro ''antieroico'' per eccellenza dopo i tanti eccessi di esaltazione appunto eroica che segnarono l'immediato dopoguerra. Si comincia anche qui col tornare sui luoghi, con la propria ragazza, sull'altipiano di Asiago, e con temporali. Ha cercato e ritrovato il parabellum che aveva abbandonato sfuggendo a un rastrellamento e spiega: ''Non eravamo mica buoni, a fare la guerra''. E in questa frase c'è il senso del libro con tutta l'umanità di quei giovani partigiani, forti solo delle proprie convinzioni, della necessità di darsi da fare per cambiare le cose. Meneghello afferma di limitarsi solo alla ''verità stessa delle cose, i fatti reali della nostra guerra civile'', fatta anche quindi di stenti, paura, ingenuità. Nasce così un'adesione assoluta e positiva a quella realtà, anche attraverso la lingua, chiara, profonda, fantasiosa, capace di passare dal momento comico a quello commovente ma asciutto, così da far dimenticare l'io narrante per restituirci un documento vivo, un esemplare racconto storico.
    Padre meccanico con un'autofficina e madre maestra, Meneghello farà il liceo a Vicenza e l'università a Padova con insegnanti che vanno da Norberto Bobbio a Concetto Marchesi. Nel '43 è arruolato allievo ufficiale, ma dopo l'8 settembre, oramai da tempo in contatto attivo con la Resistenza, si unisce a unità combattenti e, col tempo, passa dall'Agordino ai Colli Berici e all'Altipiano e nell'inverno del '44 organizza i Gap di Padova con poi l'insurrezione della città alla viglia dell'entrata in città degli alleati. Deluso negli anni seguenti dalla politica e dai cambiamenti veri che non arrivano, decide di recarsi all'estero e si trasferisce in Inghilterra dove ha vinto una borsa di studio a Reading, che diverrà la sua casa sino alla fine, tornando in ultimo spesso in Italia, tanto da morire nella sua casa di Thiene il 27 giugno 2007, una settimana dopo la laurea honoris causa all'Università di Palermo e in attesa di ricevere il 6 luglio il premio Feltrinelli per la narrativa dell'Accademia dei Lincei.
    Dai ''Piccoli maestri'' passano dieci anni prima che Meneghello torni a pubblicare, a riprendere i sondaggi delle sue memorie con ''Pomo pero'' (1974), quasi una continuazione, un'appendice sostanziale di ''Libera nos a malo'' con ricordi, riflessioni sui morti e la morte e soprattutto la parte intitolata ''Ur Malo'' che è una sorta di raccolta di termini dialettali, composta in versi e poesie di gran suggestione e suono, e ''Fiori italiani'' (1976) che si lega invece ai ricordi resistenziali e da quelli va a ricostruire la formazione culturale della sua generazione negli anni del fascismo, analizzandone chiusura e testi sino alla scoperta dell'esistenza di qualcos'altro, grazie all'incontro col professor Antonio Giuriolo, cui poi si unirà per combattere in montagna. Tra tanti saggi letterari e di linguistica, legati alla sua attività accademica, c'è da citare ancora ''Bau-Sète'' del 1988 sui mesi del dopoguerra sino alla decisione di espatriare, e ''Il dispatrio'' del 1993. Tutto raccontato sempre con quella misura, serenità e attenzione, tanto che Domenico Starnone, nel suo scritto che introduce al Meridiano a cura di Giulio Lepschy dedicato alle opere maggiori di Menghello, afferma: ''Meneghello è uno scrittore che dà gioia. Chi legge i suoi libri diventa lieto, ha l'impressione che il tempo non sia mai fuori squadra, che i giorni scorrano bene, che non ci sia esperienza che non abbia la luce giusta, che stare la mondo sia proprio una gran bella cosa''. (ANSA).
   

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