Così era Hollywood per Tarantino

In sala il film numero 9 del regista di Pulp Fiction

C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino, dal 18 settembre in sala con la Warner, è non solo "una lettera d'amore per l'Hollywood della sua infanzia", così lo ha definito più volte l'autore di 'Pulp Fiction', ma qualcosa di più. Così il film, passato in concorso all'ultimo Festival di Cannes, non racconta soltanto quel 1969 (quando il regista aveva sette anni) in cui tutto quel mondo cambiò, ma diventa un po' una summa di tutti i temi tarantiniani, senza troppa sperimentazione. Ecco quello che succede nel film (il numero nove sui dieci che Tarantino ha promesso di fare). Tre i personaggi principali.
    Leonardo DiCaprio che incarna Rick Dalton, attore di western televisivi di serie B pieno di fragilità, uno che ogni tanto piange e non ha alcuna stima di se stesso ("pieno di conflitti interiori e autocommiserazione per il fatto di non trovarsi in una posizione migliore", così lo definisce Tarantino). Di tutt'altra pasta il suo stuntman e amico di lunga data, Cliff Booth (Pitt), che è come la parte mancante di Dalton: "eroe della seconda guerra mondiale nonché una delle persone più mortali del pianeta. Potrebbe ucciderti con un cucchiaio, un pezzo di carta on un biglietto da visita" sempre secondo la definizione del regista.
    A completare il quadro la bellissima Margot Robbie nei panni di Sharon Tate (uccisa proprio nel 1969 dalla setta di Manson) che, guarda caso, è una vicina di villa di Rick Dalton. Una presenza costante, la sua, nel film come d'altronde la setta di Charles Manson (Damon Herriman) in cui si imbatte più volte Cliff Booth.
    'C'era una volta a... Hollywood', alla prima impressione, risulta essere il film più intimo di Tarantino in quanto a introspezione umana e anche quello in cui si trovano meno i dialoghi demenziali sul nulla, ma vissuti con smodata passione, tipici del cinema del regista-cinefilo Usa. Restano invece le tante citazioni, struttura portante di tutto il suo cinema, ma purtroppo in molti casi si tratta di auto-citazioni. Nel film anche un pezzo d'Italia: il manager di Dalton, Marvin Schwarz (Al Pacino), per buttarlo a mare, decide di mandarlo in Italia a fare quegli 'spaghetti western' da lui odiati. Gli dice solo: "Vai da Antonio Margheriti, Sergio Corbucci e lavora con loro". E in Italia l'insicuro Dalton ci sta ben sei mesi, e anche con un certo successo, e sposa un'italiana. Quando però torna a Hollywood, con tanto di sposa italiana e un bel gruzzoletto, non è più quella di prima. Scena cult del film, quella che vede contrapposti un Bruce Lee (Mike Moh), molto trombone, e Brad Pitt. Il maestro di kung fu avvisa lo stunt-man che le sue mani sono 'armi letali', ma questo non spaventa certo Cliff Booth. In 'C'era una volta a... Hollywood' un ennesimo tentativo, da parte di Tarantino, di cambiare la storia verso il meglio, proprio come aveva fatto in 'Bastardi senza gloria' e 'Django Unchained'. "È vero, con questo film chiudo una trilogia. Non posso dire però che il cinema abbia il potere cambiare la storia, ma certo può avere la sua influenza" ha detto il regista a Roma.
    Nel cast monstre Dakota Fanning, Damian Lewis, Tim Roth, Kurt Russel e Micheal Madsen.
   

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