Sandri, artista dimenticato in manicomio

A 60 anni morte i diari inediti, raccontò dramma internati

LA LIBERTA' MI SORRIDA (ED. ERICKSON, PP 278, EURO 22,00, A CURA DI PAOLO CONTI). Per sopravvivere da internato e recluso, esperienza che in questi mesi il Covid ha 'regalato' alla maggior parte della umanità, Gino Sandri si affidò a tutto le sue passioni, dallo scrivere al disegnare, per non impazzire. Non è solo un modo di dire: Sandri in manicomio, tra persone ritenute allora da ricovero psichiatrico, ci trascorse davvero buona parte della vita, fino alla morte nel 1959, a 67 anni.
    Considerato un artista di grande talento, illustratore già poco più che ventenne per Hoepli e il Corriere della Sera, pittore, ritrattista, scrittore, allievo di Brera, famiglia benestante e nobile alle spalle, il disegnatore lombardo ebbe la sfortuna di vivere in anni in cui le nevrosi venivano trattate con l'elettroterapia, l' ipersensibilità non era accettata neppure nei geni e qualche atteggiamento sopra le righe, che adesso alimenterebbe la sua fama di estroso creativo, veniva bollato come 'tara ereditaria'. Soprattutto portava a una emarginazione senza ritorno, a scomparire fino ad essere dimenticato da tutti.
    "Dal punto di vista umano la mia anima è stata trattata come una bestia", si disperava in uno dei suoi diari inediti pubblicati in 'La libertà mi sorrida', titolo tratto da un'altra sua invocazione e che esce a 60 anni dalla morte (la diffusione nelle librerie ritardata dall'emergenza sanitaria).
    E' la ricostruzione della vicenda umana e artistica di questo personaggio del secolo scorso, figura di interesse a cavallo tra arte e psichiatria;, che solo in questi ultimi anni lo stanno riscoprendo, con mostre e convegni dedicati alla follia. Ma solo leggendo i suoi diari, le lettere che scriveva alla famiglia, i documenti redatti negli istituti, emerge il dramma, a tratti commovente, di una persona cosciente di essere considerata 'diversa', che si sottopone docilmente alle cure (gli shock insulinici su base sperimentale lo portarono in coma 38 volte), e ad assurde e disumane regole nella speranza di non aggravare il marchio di 'pazzo'.
    Lucidamente trascrive tutto e la sua testimonianza è ora un freddo resoconto dall'interno della realtà dei manicomi. Dal periodo in cui venivano usati per liberarsi di chi era inviso al regime (Sandri, anarcoide e mazziniano, ci finì la prima volta nel 1924 dopo un incontro mai chiarito con le camice nere per 'sproloqui politici' e 'stato di sovreccitazione'), sifilitici, omosessuali, depressi, fino agli anni delle sperimentazioni psichiatriche. Ai racconti aggiunge i ritratti dei suoi compagni di sventura, dei quali con tenerezza non coglie il grottesco o la caricatura, ma solo la sofferenza.
    Con le prefazioni del cardinale Gianfranco Ravasi e dello psichiatra Giorgio Bedoni, il libro è stato curato da Paolo Conti, architetto saronnese, che ebbe modo di conoscere da bambino Sandri, nei suoi periodi di 'semilibertà' durante il ricovero nel noto istituto psichiatrico di Mombello, vicino a Milano, dove poi morì. Il padre di Conti, pittore dilettante, aveva sentito parlare di questo artista 'toccato', lo volle conoscere, gli si affezionò aiutandolo come poteva, lo invitava qualche volta a casa a pranzo, lo spronava a dipingere. Sandri non aveva più un amico. Dopo la sua morte riuscì a recuperare disegni, scritti, documenti, che rischiavano di andare perduti e ora fanno parte di un Archivio, riconosciuto di interesse storico. (ANSA).
   

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