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Responsabilità editoriale di ADVISOR, testata edita da Open Financial Communication

L'impatto degli impegni assunti da Cop26 sugli investimenti

A ogni conferenza internazionale sul clima il senso di urgenza, unità e impegno manifestato dai paesi partecipanti è progressivamente aumentato. Il Patto di Glasgow per il clima (GCP), accordo sottoscritto da 200 nazioni, rappresenta la dichiarazione in materia di politica climatica più ambiziosa di sempre.

 

Alla COP26 si è registrata anche una maggiore collaborazione rispetto ai summit precedenti. Per la prima volta i paesi hanno riconosciuto inequivocabilmente le principali conclusioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che hanno costituito l’introduzione al GCP (fino alla COP24, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita avevano respinto le conclusioni dell’IPCC sui cambiamenti climatici). Il problema è che alla base di questi impegni ambiziosi non c’è necessariamente un meccanismo di applicazione sufficientemente vigoroso.

Questo significa che gli investitori giocheranno un ruolo fondamentale nel monitorare i progressi compiuti da governi e imprese in relazione alle promesse fatte, chiamandoli a rispondere del loro operato attraverso un engagement attivo.

 

“Gli accordi e gli impegni scaturiti dalla COP26 sono encomiabili ma insufficienti” sottolineano gli esperti di AllianceBernstein (AB). “Innanzitutto, gli impegni a ridurre le emissioni di carbonio entro il 2030, assunti da molti paesi, sono nettamente inferiori ai livelli necessari per realizzare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C come stabilito nell’Accordo di Parigi del 2015”. “Inoltre, persistono enormi divari tra gli impegni climatici più ambiziosi assunti a livello nazionale e le misure politiche concrete necessarie per realizzarli. Ad esempio, i governi non hanno spiegato chiaramente come prevedono di raggiungere i loro obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, fissati in genere per il 2050-2060, che promettono di portare le proiezioni sul riscaldamento globale più vicino a 1,8 °C” evidenziano da AB.

 

Tale incertezza ha creato un grave vuoto di credibilità che per essere colmato richiederà una profonda collaborazione tra le molte parti interessate. “Gran parte della responsabilità di colmare questo vuoto risiede nei settori dei trasporti, delle utility e dell’energia, che sono tra i maggiori inquinatori in termini di emissioni. Tuttavia, queste responsabilità sono tra loro interconnesse” mettono in luce gli esperti di AB, che sottolineano anche come ci siano degli ambiti nei quali gli investitori possono fare la differenza. “Prevediamo che il mercato dei green bond e delle obbligazioni collegate a indicatori chiave di performance (KPI) continuerà a crescere per dimensioni e importanza. Le etichette però non bastano. Per valutare correttamente le obbligazioni collegate a KPI, ad esempio, gli investitori devono capire come le imprese fissano e realizzano gli obiettivi di sostenibilità che si traducono nella riduzione delle emissioni lungo l’intera catena del valore. La futura standardizzazione globale delle informative ambientali, sociali e di governance (ESG) a cura dell’International Sustainability Standards Board favorirà una maggiore trasparenza”.

 

“Al contempo, gli investitori attivi possono – e dovrebbero – giocare un ruolo chiave nell’azione per il clima, monitorando imprese e paesi per assicurarsi che siano ben avviati a realizzare i loro ambiziosi obiettivi climatici. Spesso questo richiede un dialogo costante con il team manageriale di un’impresa allo scopo di comprendere l’impatto dei fattori ESG sugli investimenti, sollecitare cambiamenti nei comportamenti e nelle pratiche aziendali e chiamare le imprese a rispondere del loro ruolo di amministratori responsabili dell’ambiente” concludono da AB.

La responsabilità editoriale e i contenuti sono a cura di ADVISOR, testata edita da Open Financial Communication

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