Si chiude la campagna nel segno della Toscana

Election day, il referendum decisivo per equilibri politici

La "foto di Firenze" dice tutto. All'inizio della campagna elettorale, in pochi avrebbero scommesso sul fatto che Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani avrebbero scelto la Toscana per il comizio finale, con tanto di telefonata di Silvio Berlusconi. Col passare delle settimane, però, la Regione è diventata "contendibile". Se la candidata leghista Susanna Ceccardi sconfiggesse il dem Eugenio Giani diventerebbe il primo presidente toscano di centrodestra. Le Regionali si giocano lì. Sì, è vero, ballano anche la Puglia e le Marche, entrambe di centrosinistra, ma la Toscana sembra avere un peso specifico maggiore: un ribaltone potrebbe avere ripercussioni sulla guida del Pd e pure sul governo. Il test non riguarda direttamente il Movimento Cinque Stelle, che corre con una sua candidata, Irene Galletti. Per i pentastellati conta di più l'altra partita, quella del referendum sul taglio dei parlamentari. E' una loro battaglia storica ma, per poter passare all'incasso, il Sì non solo dovrà vincere, ma dovrà farlo in maniera schiacciante. Salvini ha corso gli ultimi cento metri "toscani" giocando anche sul sarcasmo.

"Per 50 anni qui la partita nemmeno si giocava - ha detto - ora invece sono nervosetti, insultano, ma se insulti vuol dire che hai capito che devi preparare le valigie e che vai a casa". Poi, sul palco fiorentino, grande sfoggio di ottimismo: "Si può fa', il centrodestra unito e compatto può farcela", ha esordito Giorgia Meloni. E siccome "Conte non rassegnerebbe le dimissioni - ha aggiunto - il presidente della Repubblica una riflessione dovrebbe farsela". Il Cavaliere ha guardato oltre la Toscana: "Questa nostra coalizione vincerà in tutta Italia e lunedì festeggeremo nelle Marche, in Campania, in Veneto, ovunque".

La replica di Zingaretti è stata in stile Berlinguer: "Combattiamo casa per casa per difendere il buongoverno e fermare la destra". Non c'è solo la Toscana, comunque. Al voto va la Puglia, con il presidente di centrosinistra Michele Emiliano insidiato da Raffaele Fitto, di Fratelli d'Italia. E vanno le Marche, dove Maurizio Mangialardi prova a mantenere a sinistra la Regione, malgrado il centrodestra riponga buone speranze in Francesco Acquaroli. Tanto che, a dar manforte al proprio candidato, è arrivato Zingaretti, per il comizio finale. Meno suspense per le altre, dove i governatori uscenti sembrano ben avviati verso la riconferma: Vincenzo De Luca in Campania per il centrosinistra e per il centrodestra Luca Zaia in Veneto e Giovanni Toti in Liguria. Il segretario del Pd non collega pubblicamente l'esito del voto al suo destino alla guida del partito: "Il tema non è quello", ha tagliato corto. Ma c'è già chi si diletta a disegnare scenari, con il presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, in prima fila fra i papabili successori. E il governo? I leader di governo da giorni rispondono che, comunque vada, non ci saranno cambi, nemmeno rimpasti. Anche le forze di maggioranza ripetono lo stesso refrain. "Fino a che ci sono cose da fare - ha detto Zingaretti - si va avanti, se il governo si ferma la bici cade".

E Di Maio: "Abbiamo tante cose da fare per questo Paese insieme. Abbiamo un governo da portare avanti". Perfino il compagno di viaggio meno entusiasta, Matteo Renzi, si è allineato: "Non si mette continuamente in discussione il governo".

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