La grande alluvione, tragedia e riscatto del Polesine

A Rovigo foto, filmati e testimonianze 70 anni dopo

di Luciano Fioramonti ROVIGO

ROVIGO - Il bimbo di pochi giorni messo dalla mamma in un cesto di vimini e lasciato andare sull'acqua perché si salvasse come poi, secondo la leggenda, avvenne ha il sapore della vicenda inventata a fin di bene per dare un barlume di speranza tra i lutti e le devastazioni, ma i sacchi di banconote raccolte in tutta Italia e le immagini dei carichi di aiuti provenienti dagli Stati Uniti o il villaggio che i norvegesi finanziarono per i profughi a Rosolina sono un fatto che ha lasciato una traccia profonda. Il Polesine torna a riflettere sull'alluvione devastante del Po che il 14 novembre 1951 fece un centinaio di morti e stravolse l'intero territorio, lasciando senzatetto più di 180 mila persone e mandando a picco ventimila aziende grandi e piccole con danni per 300 miliardi di lire. Una catastrofe che seppure a distanza di tanto tempo riconquista la sua attualità per l'attenzione ormai quotidiana concentrata sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici.

Quell'esperienza terribile che segnò a lungo le comunità locali delle province di Rovigo e Venezia fu però anche l'inizio di una rinascita che ha trasformato un territorio considerato depresso in una sorta di 'paradiso ambientale' e aperto la strada a una crescita economica ormai consolidata. La memoria e le opportunità che possono nascere da una tragedia enorme sono il filo conduttore della mostra "70 anni dopo. La Grande Alluvione", curata da Francesco Jori con Alessia Vedova e Sergio Campagnolo, che Palazzo Roncale di Rovigo ospita fino al 31 gennaio.

Testimonianze, filmati, fotografie, articoli di quotidiani e riviste tra le grandi firme del giornalismo italiano, vengono proposti stavolta per dare questa lettura nuova di quegli 11 giorni in cui 8 miliardi di metri cubi d'acqua allagarono quasi centomila ettari di terreno. Per Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cassa di Riparmio di Padova e Rovigo che ha promosso l'esposizione, ''ricordare è un dovere sociale per capirne la genesi e riflettere sull'eterna e disattesa urgenza di rispettare i fiumi e l'ambiente''.

Non dimenticare è importante soprattutto ora che stanno diventando sempre più rari i testimoni diretti di quell'evento, quelli rimasti a in Polesine e quanti sono nati e cresciuti altrove. Jori ricorda che 80 mila persone del Rodigino furono costrette ad andarsene e nella maggior parte dei casi non tornarono più. La Grande Alluvione "bloccò" sicuramente il territorio, ma proprio grazie anche alle previdenze statali per le aree disagiate e agli aiuti di molti italiani e non solo, ebbe la forza di riprendersi, pur restando estraneo all'esplosione industriale che a partire dagli anni Sessanta ha cambiato il volto di altre province del Veneto. "In carenza di un vero sviluppo del comparto industriale - rimarca il curatore -il Polesine ha puntato su quello agricolo, riqualificandolo e riqualificandosi, dal riso alla orticoltura. Un territorio che ha fatto di un Delta abbandonato e nemico, di una terra di malaria prima e di pellagra poi, una delle più ambite e importanti aree umide d'Europa, riconosciuta dall'Unesco come Patrimonio della Biosfera''.

Una riqualificazione che ha riguardato anche il suo mare con la mitilicoltura e la pescicoltura di eccellenza, e lo sviluppo del settore industriale delle giostre con richieste da tutto il mondo. La provincia di Rovigo, che all'epoca la più povera di tutto il nord Italia, nel 2007 ha fatto registrare un pil pro capite che ha superato la media del Veneto e da allora mantiene questo primato. Ma se ora i giovani pensano a quella tragedia come alle tante altre che hanno sconvolto l'Italia, la particolarità di quel fatto sta anche su come si mise in moto la solidarietà nazionale e del resto del mondo. Merito soprattutto dei cinegiornali dell'epoca, i filmati in bianco e nero diffusi prima delle proiezioni nelle sale italiane e straniere, unica forma di informazione visiva 'global' ante litteram in assenza della tv. La mobilitazione popolare e gli interventi dello Stato e delle istituzioni fecero così arrivare miliardi di aiuti. Ma proprio ''il grande dramma economico e sociale - osserva Jori - spingerà i polesani a fare un salto di qualità, mettendo mano a una lenta e paziente ricostruzione che svincolerà la provincia dalla dipendenza pressoché totale da una monocoltura agricoltura, riscattandola dal ruolo di parente povero del Veneto''. 

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