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D'Annunzio, motti per la vita e la letteratura

Li raccolse e incise ovunque e ora una ricerca li ordina tutti

(di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 15 MAG - ''Memento audere semper'' e ''Ardisco non ordisco'', amato anche per ''la grazia nel bisticcio'' di parole, sono i motti forse più famosi ripetuti in varie occasioni di Gabriele D'Annunzio che sempre si è dedicato a questa forma sintetica di comunicazione. La esplora, la cataloga e ne fa il punto ora una bella pubblicazione di Simone Maiolini e Patrizia Paradisi, ''I MOTTI DI GABRIELE D'ANNUNZIO'' (SILVANAEDITORIALE, PP. 352 - 28,00 EURO), ricca naturalmente di immagini grafiche o fotografiche, che ci aiuta a capire questo ''uomo del Rinascimento piombato nel '900'', come lo definisce Giordano Bruno Guerri, presidente dal 2008 della Fondazione Vittoriale degli Italiani che firma un'introduzione.
    Pensiero, vita e apparire sono inscindibili nell'uomo e nell'artista che si rispecchia in tutti i luoghi del Vittoriale: ''Nessuno immagina - ha scritto - con che ansia io sia entrato in questo rifugio, con che bisogno di sprofondarmi in me stesso e nella più segreta sorgente della mia poesia''. Dai portali d'ingresso alla residenza ai diversi siti dei giardini, dalle pareti delle stanze della Prioria sino, per fare un esempio, a un portasciugamani in bagno, sono così costellati di motti, in italiano, in francese e spagnolo, ma in prevalenza in latino, che per i visitatori (nel 2019, prima della pandemia, furono 290 mila) sono quasi un gioco, una caccia per scoprire anche quelli messi in minor evidenza, quando non quasi nascosti in recessi del parco.
    D'Annunzio, comunicatore attento al nuovo, intuendo che si andava verso più sintetiche e dirette forme di espressione, ne fece quasi una mania, ma era anche qualcosa di più, un amore, se tutta la sua opera letteraria, in prosa e in versi, dai romanzi al teatro, dalle raccolte poetiche alla memorialistica degli anni del ritiro sul Garda, dai messaggi di guerra e di Fiume alle lettere, è fittamente disseminata di motti, spesso ripetuti e esibiti non solo su muri degli edifici e arredi delle stanze, ma anche su una infinità di supporti, dalla carta da lettere agli ex libris, a medaglie, gioielli, argenteria varia, manifesti, volantini, cartoline, frontespizi, copertine. ''Io ho quel che ho donato'', ''Genio et voluptati'', ''Sufficit animus'' (basta il coraggio), ''Per non dormire'', ''Piegandomi lego'', ''Semper adamas'' (sempre duro come il diamante), ''Navigare necesse'', ''Arma la prora e salpa verso il mondo'' e così via con altri più lunghi e da interpretare, ma anche più semplici come un ''Cosa fatta capo ha''.
    Nel volume, oltre a elencarli e spiegarli tutti, si illustra la grafica applicata ad essi, che illumina il rapporto di D'Annunzio con gli artisti che lo hanno affiancato nella ricerca di un'arte integrale che unisse parole e immagini, dal pittore e fotografo Francesco Paolo Michetti al grande orafo Mario Buccellati. Del resto la sua produzione letteraria, come fa notare anche Guerri, sin dal romanzo ''Il piacere'', ha una forte componente visiva. I due autori per la prima volta propongono la traduzione e l'interpretazione di tutti i motti presenti nella cittadella dannunziana sul Garda e della maggior parte degli altri, indicandone soprattutto le fonti letterarie negli autori classici, latini e greci, nei poeti italiani, nelle sacre scritture e in particolare in opere dell'impresistica rinascimentale e barocca di cui D'Annunzio si sente in qualche modo erede e continuatore. I motti ''il poeta non si limiti a copiarli, se ne impossessi, o li trasformi, facendoli insomma suoi'', giocando a dissimulare le sue fonti e amasse affermare: ''sentii che, qualunque antichità avesse, il motto era ora mio, solo mio, e che donandolo avevo donato una cosa mia, non una citazione erudita''. Eppure qui si dimostra che nessuno è originale e alla base ci sono soprattutto alcuni volumi cinque/seicenteschi da cui avrebbe pescato a piene mani: ''Le iscrizioni poste sotto le vere immagini de gli huomini famosi'' di Paolo Govio, gli 'Emblemata' di Alciati di cui possedeva cinque antiche edizioni e due ne aveva degli 'Emblemata' di Zacharis Heyns. (ANSA).
   

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